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Padiglione Italia, Arsenale

Come ogni anno il momento più atteso e vivace a Venezia è la Biennale, che si dica male o bene, che sia bellissima o sottotono, è lei la protagonista indiscussa da anni della vita artistica e mondana lagunare.

Dopo 116 anni di vita la Biennale è un po’ cambiata e si è perfezionata quantomeno nell’organizzazione di questa enorme macchina che quest’anno conta 89 partecipazioni, la più numerosa di sempre!

La Mostra organizzata da Bice Curiger si affianca in modo netto e distinto dai Padiglioni nazionali e dal Padiglione Italia. Mi spiego, la Biennale ora si fonda  su diversi pilasti alla Le Corbusier: i Padiglioni fissi dei paesi ai Giardini e i paesi partecipanti all’Arsenale e nelle varie sedi in città che in totale sono 89; la Mostra internazionale della curatrice Curiger che si sviluppa nel Padiglione Centrale ai giardini e che da un filo conduttore a tutta la rassegna intitolata ILLUMInazioni; gli eventi collaterali di tutti quei paesi che vogliono presentare piccole mostre per dare luce e visibilità alla loro sezione artistica e creativa. Ed il controverso, additato, osannato oppure osteggiato Padiglione Italia all’Arsenale, affidato quest’anno a Sgarbi.

 

Prima di iniziare con i miei pareri/opinioni/suggestioni ci terrei a riportarvi i vincitori di questo evento così straordinariamente mondiale che ho l’occasione di vedere ogni anno in anteprima:

La Giuria della 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia composta da Hassan Khan (Presidente, Egitto) e da Carol Yinghua Lu (Cina), Letizia Ragaglia (Italia), Christine Macel (Francia) e John Waters (USA), ha deciso di attribuire nel modo seguente i premi ufficiali:

 Leone d’oro per la migliore Partecipazione nazionale al padiglione della Germania. Christoph Schlingensief ha sviluppato una pratica multidisciplinare che è al contempo intensa, impegnata e caratterizzata da una forte visione personale. La giuria vuole inoltre riconoscere il lavoro curatoriale del commissario Susanne Gaensheimer. Leone d’oro per il miglior artista di ILLUMInazioni a Christian Marclay per il suo lavoro ampiamente acclamato, The Clock. Marclay negli ultimi trent’anni ha scardinato i confini tra i diversi generi e forme artistiche. The Clock è indubbiamente un capolavoro. Leone d’argento per un promettente giovane artista di ILLUMInazioni a Haroon Mirza per il  modo in cui la sua opera cattura immediatamente l’osservatore grazie all’originale uso del contrasto tra forza e fragilità. Una menzione speciale è attribuita al Padiglione della Lituania per la sua capacità di cogliere in modo concettualmente elegante e produttivamente ambiguo la storia dell’arte del paese. Un’altra menzione speciale è per Klara Lidén a conferma della forza, intelligenza e rabbia insite nel suo lavoro. Si riconosce anche la capacità dell’opera di trasportare la logica tipica di un intervento d’arte pubblica in uno spazio espositivo

Sono inoltre stati consegnati i Leoni d’Oro alla carriera attribuiti dal Cda della Biennale di Venezia presieduto da Paolo Baratta, su proposta della Direttrice Bice Curiger a:

Sturtevant

Nata nel 1930 a Lakewood, nell’Ohio (Usa), vive e lavora a Parigi. La sua carriera artistica è unica e affascinante per aver sviluppato un’opera estremamente coerente, letteralmente “all’ombra” delle più importanti sperimentazioni e correnti artistiche del XX secolo. I suoi lavori hanno sollevato le questioni dell’originalità e della paternità dell’opera, molto prima che questi temi fossero oggetto di un intenso dibattito in filosofia e nella teoria letteraria.

Franz West

È nato a Vienna nel 1947, dove vive e lavora. È uno dei più importanti artisti contemporanei che opera nell’ambito della scultura, ma anche del collage e dell’installazione. I suoi primi lavori sono stati creati intorno all’idea di “Passstücke” (o “Adaptives”), piccole sculture maneggiabili che si completano a contatto del corpo dello spettatore. L’interpretazione di queste opere è rintracciabile nei concetti di “nevrosi” e “protesi”. Allo stesso tempo il suo lavoro affronta un linguaggio estetico che, puntando all’indefinito e all’obsoleto, si collega alle teorie  sul corpo, alla psicoanalisi, alla letteratura e alla filosofia in modo spesso grottesco e “disordinato”.

Ecco cosi spiegata la macchina della Biennale nel senso puramente organizzativo, adesso veniamo a noi e alla passeggiata che ho fatto sotto un sole caldissimo il 3 giugno per visitare arsenale e giardini, buttare giù qualche idea, scattare qualche foto (quelle che vedrete sono tutte mie) e pensare e pensare e pensare… perché, e lo capirete, questa Biennale non mi ha entusiasmata particolarmente dal punto di vista meramente artistico e non molto nemmeno a livello intellettuale, ma è stata fantastica da assaporare, da vivere, da ridere perché no e un po’, diciamolo, da snobbare!

 

Cindy Scherman, Untitled, Padiglione Centrale

Il mio spirito retrò si paleserà immediatamente, ho adorato le tre tele (Trafugamento del corpo di San Marco, la Creazione degli animali e l’Ultima cena)  di Tintoretto nel salone centrale dei Giardini, le ho trovate favolose, interessanti, illuminanti, create da una mano forte, curiosa e poco pacata come quella del nostro Jacopo Robusti. Trovata interessante come sempre mettere l’antico in comunicazione col contemporaneo, qui a Venezia capita spesso, molto spesso… Basti vedere le installazioni o le sculture di Barry X Ball a Cà Rezzonico oppure Calzolari a Cà Pesaro o ancora la commistione meravigliosa e magica dell’allestimento di TRA, la nuovissima mostra a Palazzo Fortuny. Ma Tintoretto alla Biennale non me lo sarei mai aspettato, non per la sua fama o bravura senza tempo, ma per il perfetto sincrono con il titolo illuminazioni, mai artista fu più innamorato della luce, mai qualcuno osò tanto nel cinquecento ed è sacrosanto che si veda ancora, allestito e in bella mostra appena si entra nel magico mondo biennalesco.

 

Tintoretto spicca, lascia a bocca aperta per la capacità teatrale e scenografica del tratto, per i colori caldi, morbidi e dorati delle figure, per quei tagli di luce che rapiscono. Il loro essere così immediati li rendono perfetti per il pubblico eterogeneo e curioso della Biennale.

 

Maurizio Cattelan, Others, Padiglione Centrale

Contemporaneo ed antico di mescolano per brillare di luce propria e indurre i visitatori a riflessioni intense, forse provocatorie ma almeno sincere e brillanti.

Vi racconterò quello che per me va visto, perché mi ha illuminata e catturata, iniziando dall’Arsenale il para padiglione di Song Dong all’entrata è molto interessante, una sorta di labirinto familiare, privato e al contempo sviscerabile, intenso e perché no divertente, con specchi e vecchi armadi nei quali entrare ed uscire guardandosi riflessi allo specchio. Molto interessante e godibile sia alla Biennale che alla mostra a Palazzo Grassi è Nicholas Hlobo, sudafricano classe 1975, le sue opere dense di un significato e di una manifattura molto intensa lasciano presagire il manifesto di un Sudafrica post apartheid, legato alle tradizioni ma deciso a non dimenticare le atrocità subite. Urs Fischer e le sue opere-candela che si consumano è la poeticissima versione del tempo che passa e della luce che in questo caso resta unita al calore e al fuoco, teatrale il Ratto delle Sabine del Gianbologna (opera del 1583) e la riproduzione di Rudolf Stingel suo amico e artista. e Non andate via senza aver guardato almeno mezzora di The Clock (2010) di Christian Marclay, che oltre ad aver meritatamente vinto il Leone d’oro, da una visione a ventiquattro ore della vita che ci scorre addosso, con spezzoni di vecchi film dove i personaggi interagiscono col tempo e orologi che coincidono con l’ora reale, così sembrerà di vivere il passato nel presente!

 

Un occhiata sicuramente va data al Padiglione India, per la prima volta alla Biennale e all’opera di Zarina Hashimi, Noor, 2008, a quello del Cile con Gran Sur, 2011, dove il dialogo di tripartisce: il vulcano di Chaiten, il terremoto del 2010 e l’installazione con l’annuncio che Schackleton pubblicò per reclutare uomini per la spedizione antartica, interessante tutto lo spazio e l’attinenza con gli ultimi eventi che hanno scosso questo stato.

Noor, Padiglione India, Arsenale

Va visto il Padiglione Italia con Lo stato dell’arte nel 150° dell’Unità d’Italia di Sgarbi, bisfrattato e criticatissimo, perché a dirla tutta ho visto ben di peggio! Certo, lo spazio è enorme e poteva essere sfruttato meglio, poteva essere allestito meglio, poteva essere meglio presentato, ma in fondo trovo che l’idea dell’anti-salon stile magazzino non sia affatto male. Artisti scelti da giornalisti, scrittori, intellettuali, personaggi famosi, didascalie sugli imballaggi, il percorso sulla mafia con la Mostra L’arte non è cosa nostra è interessante e documentata , forse un po’ lenta, ma purtroppo diciamo che non è una retrospettiva ma che ancora molti spettri si aggirano nella nostra Italia.

Se l’Arsenale e un continuo mettersi in gioco lungo le Corderie, le Tese, le Gaggiandre e le Vergini, ai Giardini i Padiglioni propongono le più svariate mostre, non manca nemmeno il corner’s speech nel Padiglione Danese, Speech matters, che indaga sulla libertà di parola e sulla complessità che per ottenere la  libertà sia spesso indispensabile creare dei confini. Il Padiglione Olandese, Loose Work, dove otto artisti si riuniscono per una collaborazione temporanea. né i cestini schiaccia lattine per riciclare l’alluminio, né le file infinite per entrare a vedere parecchie esibizioni. Boltanski nel Padiglione Francese, riprendendo alcuni temi cari alla sua poetica, propone Chance, un giocoso racconto dove l’osservatore può diventare il prescelto dal fato. In questa sua ultima opera il fato non è solo negativo e contraddistinto dalla morte ma compare anche la vita, la nascita, si ricrea dunque un ciclo che porta a nuove speranze.

Il Padiglione Centrale (ex Padiglione Italia, ex Palazzo delle Esposizioni) lascia incuriositi e si, soddisfatti! Ci sono le bellezze di Tintoretto e tanti grandi dell’arte contemporanea, da Pippilotti Rist a Cindy Scherman e la sua eccentrica famiglia fotografata su sfondo bucolico e fiabesco, da Sigmar Polke, morto nel 2010 e qui ricordato con un’opera che fu presentata al Padiglione Germania nel 1986, a Fischli e Weiss irriverente coppia svizzera di performer che qui presentano delle sculture in argilla, c’è di tutto davanti agli occhi di tutti! Alzando lo sguardo si vedranno dei piccioni imbalsamati, opera di quel capriccioso genio che è Cattelan, che ripropone qui Tourist prodotto per la Mostra del 2007, tuttavia Others (2011) ha ancora più piccioni, forse ad indicare il proliferare di artisti oppure di visitatori alle mostre d’arte… Llyn Foulkes presenta quattro tele irriverenti e divertenti dove pone l’accento sulla società contemporanea americana, usano personaggio famosi, eroi dei fumetti e l’immancabile Mickey Mouse che prende il posto nel ritratto della rettitudine americana rappresentata da George Washington.

 

Llyn Foulkes, Mr. President, Padiglione Centrale

Uscendo di nuovo tra i sassolini dei Giardini ci si imbatte in artisti, giornalisti e vari ed eventuali personaggi tra l’assurdo ed il comico che stretti alle loro macchine fotografiche e carichi come asini da soma di cataloghi e comunicati stampa arrancano alla ricerca di un buon caffè all’ombra del piccolo bar, io proseguo, imperterrita alla ricerca dell’illuminazione…

Il Padiglione Germania è stato premiato ed il regista Schingensief ha saputo coniugare in modo straordinario spazio e tema, questo oratorio sa mettere in soggezione e innalzare anche la più bassa delle anime alla riflessione. Padiglione Stati Uniti con Gloria presenta un progetto nato con la collaborazione di due artisti che con un’indagine sulla libertà propongono varie performances ed Israele con One man’s floor is another man’s feelings della Landau in cui acqua, sale e sabbia sono metafore che servono per sollevare questioni esistenziali, basilari tra esseri umani e la natura che li circonda e, troppo spesso viene sfruttata.

La passeggiata poi si è trasferita aldilà del ponticello dove con non molta sopresa e poco entusiasmo ho visto che il Padiglione Venezia ospita una mostra di Fabrizio Plessi con MariVerticali, installazione già vista e apprezzata sia in versione macro davanti ai Giardini che plurima alla Galleria Franchetti Cà D’oro, ma diciamolo troppo utilizzata e quindi ahimè già vista e rivista!

 

Ma se Goya diceva che “El sueño de la razón produce monstruos “ queste illuminazioni provocano il risveglio della ragione da un lungo letargo e incitano a riflettere e ad illuminare ciò che ci è oscuro per apprezzarlo o disprezzarlo, non ha importanza, l’unico obbiettivo resta capirlo.

Vostra I.

Ps: Le foto sono mie!

 

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Svegliarmi alle 8 sapendo che avrei avuto tutta la giornata per me senza problemi vari o eventuali è stato rassicurante e quindi dopo il caffè mi sono ben detta basta, oggi si va al Lido, ho inforcato una vecchia borsa Biennalesca, ho messo dentro : il librone, la crema, l’odiato BB e  l’inseparabile asciugamano so 70s della Trissi coi segni zodiacali e mi sono fiondata a prendere il vaporetto, meta: La spiaggia!

Arrivata al lido ero felicissima, l’aria ed il cielo terso, il Gran Viale non troppo affollato, beh erano appena le 10, e mi sono fermata a fare colazione senza alcuna fretta…

Macchiatone e Croissant alla marmellata

Fatta colazione e preso il giornale mi sono messa in passeggiata osservando le solite persone strane che passavano di li con me, improbabili vestitini leopardati, super zeppe di plastica, hugg pelosi, famigliole bianchissime più della mozzarella, bulli con bandane azzurre e bulle con altre bandane rosa legate sulla testa, tatuaggi di ogni grado, dimensione e foggia e poi, li, finalmente, la spiaggia… sole caldo, vento leggero, bagna- asciuga quasi vuoto e via ecco il mio posto!

Tutti al mare!

Ho letto, sia il giornale che il librone, mi sono presa la granatina alla menta più orzata che adoro e messa più volte la crema, visto che ero bianca pure io da non scherzare… Qualche telefonata di lavoro non ha guastato il bel tempo che avevo dentro e fuori…

Beatitudine, io, il librone e la granatina!

Nel primo pomeriggio ho iniziato a prendere le mie cose e andare all’ombra, di certo non potevo stare li, mi sarei cotta tipo maialino, quindi pian piano me ne sono andata a bere un po’ d’acqua, mangiare qualcosina e via al vaporetto, che era quasi vuoto e mi sono messa li a leggere ancora un po’ e a rilassarmi dopo una mattinata così bella!

Di certo, ritornando dal mare, non pensavo di imbattermi in un paio di mostre bellissime organizzate in occasione della 54° Biennale d’Arte, giusto qui vicino a casa mia alla Scuola dei Mercanti dovete vedere The emrgence of POP Imagist e Trame Riflesse, organizzate dalla BonelliLab , non mi sarei davvero mai aspettata di trovare così vicino uno degli illustratori che più mi piacciono, Esao Andrews ( vi consiglio di andare a vedere il suo sito, f.a.v.o.l.o.s.o. www.esao.net oppure http://esaoandrews.blogspot.com/2011/06/pop-imagist.html ) esposto insieme a moltissimi altri talentuosi artisti tutti riuniti sotto lo stesso tetto!

Mostra Trame Riflesse, Scuola dei mercanti, Venezia, opera di Davide Nido, Codice Nuovo Q.R

Al piano superiore Trame riflesse indaga intersecate “ragnatele” di Davide Nido e opere straordinarie di resina di Robert Pan, entrambi usano materie artificiali, colori e forme astratte entità che si dilatano, si restringono e trovano posto nelle stanze buie della Scuola e nell’universo.

Mostra Trame Riflesse, Scuola dei Mercanti, opera di Davide Nido, Semina.

Che bellezza terminare così la mia giornata libera, mi sento molto meglio oggi, davvero…ho un po’ la schiena bruciacchiata, ma sono leggera e felice… e adesso chiamo il mio amour così gli racconto tutto!

Bisous I.

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Era un po’ di tempo che non coordinavo qualcosa per gli eventi collaterali della Biennale, questa volta mi è capitato il Garage project party sulla terrazza del Bauer, ovviamente allestimento da cardiopalma, notizie last minute e last but not least la checking list per entrare… che spasso!

Diciamo che dopo una decina di ore di allestimento, mini riunioni con lo staff, richieste fatte dalle tre alle venti volte e risposte aleatorie e a cascata (chiedi al Signor X che ti rimanda dalla Signorina Y che chiama il Signor Z che ti spedisce da Pino che ti porta da Gino…) ero sul distrutto andante. Il momento clou è stato alle 22, quando si sono aperte le porte del famoso albergo e la massa vippante è entrata tacchettando come non mai, a dirla tutta sarebbe stato meglio fare un reportage sulle calzature delle signore più o meno agée che sono arrivate, una meraviglia!

Tacchi a spillo, stiletti, ballerine e zeppe incredibili, tigrate, zebrate, plasticate quasi sempre l’unico filo rosso fra tutte è che erano importabili, novelle trampoliere che riuscivano a stare su solo prendendo velocità o aggrappandosi ai più eterogenei accompagnatori, dagli uomini d’affari che non volevano assolutamente essere fotografati (mi sa a causa della fanciulla che li accompagnava e che probabilmente anche se aggrappata come una cozza allo scoglio, non era quella che si potrebbe chiamare moglie) agli artisti/artistoidi in infradito e capelli decolorati stile pantegana…

Beh dicevo che il momento clou è stata la check list, in effetti mai mi sono sentita più a New York quanto ieri, le famose scene di Sex & the City erano li, a due passi….ragazze con gonnelline di piume blu elettrico e cerchietto con banana alla Andy Warhol urlanti e coppie al botox che sventolavano il palmare di turno con l’invito, ambitissimo e super ristretto!

Coda da ore, stile supermercato all’ora di chiusura e sguardi vitrei, aggressivi, lottanti e sudati che fissavano con astio le povere ragazze che scorrevano con le loro dita leggere gli iPad cercando nomi difficilissimi e schivando alitate furiose concretizzate dalla famosa frase lei non sa chi sono io! In effetti no, assolutamente no, e lei qui non compare…. apriti cielo, mani che cercavano di toccare l’area riservata, unica frontiera davanti a loro, pura e libera area riservata, peccato che del nome non ci fosse traccia anche se li, di nomi, ce n’erano più di seicento!

E poi è arrivata lei, arrabbiata, velenosa e terribilmente sola, l’invito era per uno, ed il codazzo di “amici” è rimasto fuori, lei, icona di luce riflessa, lei, la mitica Courtney Love! Camminava stile zappatore delle montagne trascinandosi un vestito bellissimo, nero e lucente, stile favola goth, visibilmente alterata si è lanciata con equilibrio assai precario verso la terrazza e soprattutto verso il cocktail, col fare di chi non accetta attese, di non essere riconosciuta e soprattutto che non ci fosse già qualcuno con una vodka pronto li per lei!

Che ridere! Al suo arrivo così poco elegante e cosi perfetto per lo star system ho deciso che era ora di andare a casa, cosi ho preso la mia borsa, e con incedere trionfale sono uscita, aprendo le masse come Mosè le acque, e me ne sono andata, tranquilla, sorridente e buttando qui e la uno sguardo malizioso a chi aspettava da ore di poter entrare e intanto sedeva per terra, davanti a San Moisè, sporcando abiti che mi posso solo sognare, protestando con agenti vari per il pessimo lavoro e per quella maledetta lista….

Incredibile no? Forse no, ma d’altronde c’è chi entra chi esce e chi dopo aver allestito tutto se ne va, perchè infondo, non le interessa davvero esserci!

Bene, ora vado ai Giardini…chissà cosa accadrà oggi!

I.

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1, 2, 3 giugno tutto accade, tutto inaugura, tutto si accende e movimenta la vita lagunare. La massa biennalesca è arrivata in modaioli completini primi anni Novanta, in giacca stropicciata e sandali con calzini fluo,  il sipario si è alzato e come sempre e forse più di sempre, quest’anno è magico, ricco, scintillante e terribilmente kitsch, lo adoro!

Ieri sono andata a vedere le inaugurazioni delle maxi mostre a Palazzo Fortuny e Palazzo Grassi, oltre ad esserne rimasta impressionata per la dimensione e numero delle opere esposte, sono entusiasta delle scelte e delle luci. Il fascino di un’ombra ben fatta prodotta su una scultura di Giacometti la rende viva, scolpita anche sul muro donandole un’ulteriose tridimensionalità.

Palazzo Fortuny, TRA edge of becoming

La mostra del Fortuny si sviluppa su tre piani, è tutta un crescendo di arte moderna, antica e contemporanea, un’esplosione di fragili pieni e vuoti e di significati poetici e leggeri, perfetta per il padrone di casa, Mariano Fortuny che ci lascia pensare di essere passato di la a curiosare di notte ed aver lasciato le porte aperte per vedere i suoi capolavori tessili e architettonici. Diciamo che nel mondo di Fortuny l’illuminotecnica è stata la strada per il successo e la fama, quindi perfetta anche per il titolo della Biennale d’arte di quest’anno che niente meno si chiama ILLUMInazioni! !

Dopo un paio d’ore a stretto contatto con queste opere piene di suggestioni mi sono spostata a grandi balzi fino a Palazzo Grassi, dove mi aspettava uno spettacolo divertente ed ironico di grandissimo spessore culturale, la mostra intitolata il mondo vi appartiene è un crogiuolo di arte tessile, artigianato, opere famosissime, video irriverenti e piccanti come quelli di Vezzoli e meraviglie da favola, come l’enorme installazione nell’androne di Joana Vasconcelos Contamination del 2008, oppure la foresta incantata, Gunpowder Forest Bubble, di Loris Gréaud del 2008.

Il Mondo Vi appartiene Palazzo Grassi

Curiosando all’interno di un grande masso/ Caverna di Ping o percorrendo le sale in stato di visibile alterazione da arte, mi sono resa conto che la comunicazione al giorno d’oggi è sempre più complicata, che è più semplice mostrare copie degli originali per sottolineare che anche questa è l’epoca della riproducibilità dell’opera d’arte e non solo, gli artisti si sono ingegnati a fare opere d’ambiente ricreando situazioni, quasi sentendo il bisogno di raccontare una storia, o forse, di renderci personaggi principali all’interno di essa.

Straordinario insieme di sentimenti, emozioni, colori e forme che esaltano la voglia di uscire da schemi predefiniti e chiusi in un circolo vizioso, voglia di ironizzare come Cattelan con We, 2010, su tutto e tutti, soprattutto su se stessi, voglia di dare un taglio col passato e si, voglia di toccare la luna.

Oggi si riparte per altre avventure, si riparte alla ricerca della luce, che sia essa del sole o della pallida luna.

A presto, Io.

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