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La Biennale architettura sta per finire, quest’anno Less is more come si diceva una volta, e anche i saggi frequentatori delle vernici o meglio delle venues biennalesche lo hanno capito. .. o forse no ma lo hanno fatto perché lo fanno anche gli altri, gli europei.

Pochi cappelli di paglia fiorentina, non molti bebè in fascie extra hi-tech e buoni progetti, disegni, carta e china, acquerelli e sostenibilità.

Yvonne Farrell e Shelley McNamara sono le curatrici della 16. Mostra Internazionale di Architettura, che si svolge dal 26 maggio al 25 novembre 2018 ai Giardini e all’Arsenale e in vari luoghi di Venezia. Il titolo scelto è Freespace, che rappresenta la generosità e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda, concentrando l’attenzione sulla qualità stessa dello spazio.

Lo spazio libero creato dalle curatrici e l’ingegno degli sponsor soprattutto Edison che con un progetto di collaborazione, oltre che garantire la presenza di servizio energetico ai visitatori della Mostra, include un intervento di Smart Audit sullo stato energetico delle principali strutture della Biennale per identificare eventuali interventi di miglioramento, son stati davvero azzeccati.

Bellissimo il progetto free market, la townie al padiglione irlanda, progetto un po utopico (nella miglior tradizione britannica, vedi Thomas More) e un po fattibile con buona volontà della comunità irlandese e aiutata dalla tecnologia. Ritorniamo a popolare i centri, a viverli e farne centri di aggregazione, recuperiamo e condividiamo.

La Mostra è affiancata da 63 Partecipazioni nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 6 i paesi presenti per la prima volta alla Biennale Architettura: Antigua & Barbuda, Arabia Saudita, Guatemala, Libano, Pakistan, e Santa Sede (con un proprio padiglione sull’isola di San Giorgio Maggiore).

Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane, è curato Mario Cucinella con il titolo di Arcipelago Italia.

Vostra biennalistica e sostenibile

I.

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Povera Susanna bella…

Oggi ho accompagnato una classe di liceali a visitare la bella mostra su Tintoretto a palazzo ducale. La mostra è bella e davvero piena di spunti, tante idee e notizie e soprattutto la star è Susanna e i vecchioni, magistralmente interpretato da Tintoretto nell’opera del 1555.

Ai ragazzi Susanna non è piaciuta, anzi l’hanno apostrofata come grassa, cicciona, brutta… Questi commenti mi hanno lasciata davvero allibita, non perché non mi aspettassi commenti simili per carità, lavoro con le scuole da molti anni, ma mi aspettavo che la vedessero almeno personaggio catalizzatore, interessante e sensualissima. Invece niente. Niente di niente.

Vi racconto la storia, Jacopo Robusti rappresenta un momento della vicenda biblica (Daniele, 13.1-64) che ha per protagonisti due anziani giudici i quali, innamoratisi di una giovane, Susanna appunto, moglie del ricco Ioachim, la spiano per settimane fino al giorno in cui decidono di proporle di giacere con loro. In caso contrario l’avrebbero accusati adulterio: data la loro posizione sociale sarebbero stati di sicuro creduti e lei, di conseguenza, condannata a morte.

Susanna è bellissima, candida e lattea si lava credendosi sola e quindi libera di prendersi cura di sé. Questo tipo di bellezza era tipico dal medioevo, pensiamo alle caratteristiche raccontate da Dante di Beatrice o di Laura da Boccaccio, fino a Rubens o alle bellezze morbide e carnose dell’800. Essere magrissima al tempo poteva significare tisi o denutrizione quindi la bellezza era altra da questo. ..

Cosa è successo? La bellezza neoclassica di Canova, le cosce meravigliose scolpite da Bernini, le femmine di Tiziano e Veronese, le labbra delle donne di Raffaello, la donna in tutte le sue forme è bellissima.

Ragazzi ricordatevelo sempre.

Vostra giunonica I.

Regionale veloce

Sto andando al lavoro e una signora è felicissima di questo caldo perché ci ci può far la doccia tutti i giorni e non ci si deve truccare perche si suda..interessante no? Di fatto posso capire, caldo è caldo siamo sui 35 di giorno e 25 di notte (in camera 30 fisso) e di certo non è l’ideale essere un panda ma non rinuncio al kajal. ..

In compenso anche oggi ho visto il marito che accompagna la moglie a prendere il treno, aspetta che salga e va..le tiene la mano la bacia e via.

Ecco dedico a tutti, in questa giornata calda, una bella doccia (o due) e qualcuno di premuroso che vi stia accanto, senza far caldo. Solo accanto e che vi segua amabile. Solo accanto e vi temga la mano come se fosse la piu preziosa congiunzione che avete. Come se il lasciarla sia motivo per riprenderla.

Perché ce lo meritiamo. Tutti.

Vostra sudata I.

Stones of Venice

Sunshine is delicious, rain is refreshing, wind braces up, snow is exhilarating; there is no such thing as bad weather, only different kinds of good weather.

John Ruskin

Perché ha smesso di dipingere?”

“No perso il colore buono”

“E qual è quello buono?”

“Quello che non sussurra, è spavaldo e affronta la vita a testa”

Caro Gino

Oggi è stata inaugurata una mostra su di te, a Venezia alla galleria Ca Pesaro, e la settimana scorsa al Bailo a Treviso, due città a te care e ben conosciute vero?

Che bella la prima sala, ci siete tu, Arturo Martini, Felice Casorati, Boccioni e Balla, quante donne e che temperamento quelle signorine, che pensierosa la prostituta e che poesia la fanciulla piena d’amore di Arturo, tutte prodotte tra il 1904 e il 1913, voi che siete stati insieme il nuovo che avanza, voi che insieme avete fatto la generazione dei capesarini, i rivoluzionari!

Tu e Arturo avete vissuto tante esperienze insieme, nel 1907 tutti e due a Parigi e poi ancora insieme a Ca Pesaro dove conoscerete Nino Barbantini, giovane direttore ventitreenne che cerca di esaurire il sogno di Felicita Bevilacqua la Masa e di dare spazio ai giovani artisti veneziani non ancora conosciuti o rifiutati dalla Biennale di Venezia. Quando a te Gino, viene dato uno studio al secondo piano, proprio dove c’è la mostra, ne sei entusiasta e arrivi con le tue tele sotto il braccio, Nino capisce che sei tu, nel 1910 a portare la gioventù, quella lontana dalla belle époque, lontana dalla lentezza e dal decadentismo, la tua pittura è forte, vitale e diversa, è moderna.

Tu Gino che tanto hai amato la Bretagna vista nel 1909, ti ricordava certo le terre di Gauguin e dei Fauves, e poi alla Biennale a Venezia studi e ami Cézanne, tu che cerchi il segno e i tuoi tratti si fanno plastici e pieni di tempo e forza, tu che vai a vivere nello stesso anno a Burano per scappare dalla mondanità e dalla profumata Venezia di Selvatico.

Di te i tuoi amici dicevano sempre anima troppo sensibile, non regge il peso dell’ infelicità, e lo sappiamo è proprio la verità, la guerra, la prigionia, la miseria e l’amore lontano ti hanno tanto turbato. Questa fu la fine irreparabile della tua luminosissima presenza.

Di te sappiamo poco, cara anima gentile, la tua produzione è davvero esile, solo 130 opere, tra Venezia e Treviso vediamo le più famose, le tue più vibranti poesie in colore, le tue parole segno, che belli i tuoi paesaggi, li dipingevi libero, nei tuoi luoghi eletti: Burano, il Montello, la Bretagna e Asolo, e i tuoi alberi hanno l’anima, e si vede sai, la si vede bene.

Che brutta la guerra, la Grande guerra che si porta via un’intera generazione di ragazzi, di giovani uomini, spazzati via. Tu andrai in campo di concentramento e ne tornerai sconvolto, triste, ferito e la tua pittura ne risente cambiando, avvicinandosi al cubismo, a quel Picasso e Braque dei primi tempi, ma sempre guardando a Cézanne e coi tuoi colori che trascendono e non copiano la realtà.

Nel 1919 torni da Barbantini ma tutto è cambiato, la tua fragilità ti travolge e grazie al “Poemetto della sera” del 1923 ci lasci un testamento formale ed emotivo meraviglioso, una piccolissima tela apparentemente semplice e bucolica con animali al chiaro di luna che invece rappresenta simbolicamente la ricerca di un intero quando intorno si trovano solo pezzi, un groviglio di colori e di forme, un presagio.

Vent’anni in manicomio “il cielo si è oscurato per me, dentro di me è stata crocifissa la speranza, dentro di me ora c’è la follia“, nel 1927 vieni mandato a San Servolo poi Mogliano Veneto e poi Treviso al Sant ‘Artemio dove resterai fino a che non ti sei spento. Sempre visitato da amici che il più possibile hanno cercato di aiutarti, Martini e Comisso compresi, nel 1947 ti sei spento. Che anno questo 1947, ve ne siete andati tu, Zecchin e Martini, che destino eh? Nel 1948 la Biennale vi viene dedicata, a voi, giovani rivoluzionari del colore e del sentimento, a voi “antigraziosi ” che tanto avete insegnato e che ancora tanto avete da dire a noi.

Grazie Gino, grazie per la tua forza e le tue debolezze, per le sperimentazioni e per aver portato la Bretagna sul Montello e su Burano, te ne sono infinitamente grata.

Omaggio a Gino Rossi, Museo Bailo, Treviso 18 febbraio – 3 giugno 2018.

Gino Rossi a Venezia, Ca’ Pesaro, Galleria internazionale di arte moderna, 23 febbraio – 20 maggio 2018.

Ciao I.

Colori 

A volte le parole non bastano.

E allora servono i colori.

E le forme.

E le note.

E le emozioni.

(Alessandro Baricco)

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